Il Grande Torino (tutto così, in maiuscolo) è stata la squadra di calcio più forte d'Italia negli anni '40, durante e dopo la II guerra mondiale. Rai 1 ha mandato in onda nella serata di ferragosto il telefilm del 2005 di Claudio Bonivento - la narrazione di un'Italia entrata in guerra seguendo il fascismo ma ambiziosa di diventare protagonista nel mondo.
La Nazionale italiana schierata l'11 maggio 1947, 10 su 11 del Grande Torino
Il Grande Torino (tutto così, in maiuscolo) è stata la squadra di calcio più forte d'Italia negli anni '40 del secolo scorso, durante e dopo la II guerra mondiale. Rai 1 ha mandato in onda nella serata di ferragosto il telefilm del 2005 di Claudio Bonivento che ricorda quel miracolo sociale prima che sportivo - con la narrazione di un'Italia entrata in guerra seguendo il fascismo autarchico e uscita con l'ambizione di diventare nazione protagonista del boom economico.
Il tutto, sui campi di calcio, seguendo le idee di un presidente, Ferruccio Novo, e di un direttore tecnico, Ernest Erbstein, che osarono proporre il Sistema nella terra del Metodo - ovvero il gioco in uso nei Paesi anglosassoni nella nazione che con il Metodo di Vittorio Pozzo aveva vinto 2 Mondiali e 1 Olimpiade solo il decennio prima, tra il 1934 e il 1938.
Nel telefilm di Bonivento (la scheda si trova nell'Internet Movie Database) va detto, di calcio ce n'è poco. Ci sono più genitori che vorrebbero impedire ai figli di giocare a pallone perché quella non è un'attività moralmente accettabile per portare lo stipendio a casa.
Peraltro sono gli stessi genitori che si domandano cosa abbiano sbagliato nell'educazione dei 3 eredi, se uno viene su camorrista, una spera di sposare un uomo sposato per affrancarsi dal bordello, e il terzo... be', il terzo è così bravo con il pallone tra i piedi da diventare amico del capitano Valentino Mazzola e da essere pagato per giocare nelle giovanili del Grande Torino.
Ma se c'era un problema non stava nell'educazione dei figli. Semplicemente c'era un mondo che stava cambiando, e in cui il nostro Paese entrava con un ventennio di ritardo e scontando gli effetti di una propaganda politica pesantissima.
In questo quadro l'azione del presidente Novo, che prende in mano il Torino nel 1939 e immediatamente comincia a costruire lo squadrone adatto alle sue ambizioni, è soltanto il primo tassello della riunione di diverse persone (tra cui il dt Erbstein e il capitano Mazzola) che svolgono la propria attività a un livello di qualità altissimo - molto più alto di quanto l'italietta si aspettasse o addirittura desiderasse da loro.
Erbstein, per dire, essendo di origine ungherese ed ebrea, per anni dovette destreggiarsi tra leggi razziali e fughe all'estero per sé e la propria famiglia.Eppure trovò la volontà di cambiare il calcio italiano rendendo evidente l'efficacia del Sistema (caratterizzato dallo schieramento in campo a WM partendo dai 3 attaccanti, e con centrocampisti fisicamente dotati e tecnicamente in grado di tenere il pallone incollato ai piedi) nei confronti del Metodo caratterizzato dallo schieramento WW e dai lunghi rilanci del centromediano per scavalcare il centrocampo e suggerire il contropiede fulmineo delle punte.
Ma così facendo Erbstein diede un futuro al nostro calcio e una prospettiva europea, togliendolo dalle pastoie del catenaccio.
Il trionfo del nuovo modo di pensare si verificò l'11 maggio 1947 (fonte Wikipedia) quando la Nazionale azzurra affrontò l'Ungheria a Torino e vinse 3-2. In panchina c'era Pozzo, ma in campo c'erano 10 undicesimi del Grande Torino.
Quasi 2 anni dopo, il 4 maggio 1949, l'aereo che riportava in Italia il Grande Torino dopo una trasferta a Lisbona, cadde a Superga. Il presidente Novo non ebbe più il cuore per costruire un'altro miracolo come quello. Noi, però, siamo ancora qui a ringraziarlo.