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Calcio, Telefilm - Il Grande Torino, la squadra di una nuova Italia

Guido Tedoldi avatar Martedì 16 Agosto 2011, 18:00 in Le regole della vittoria, Television di Guido Tedoldi

Il Grande Torino (tutto così, in maiuscolo) è stata la squadra di calcio più forte d'Italia negli anni '40, durante e dopo la II guerra mondiale. Rai 1 ha mandato in onda nella serata di ferragosto il telefilm del 2005 di Claudio Bonivento - la narrazione di un'Italia entrata in guerra seguendo il fascismo ma ambiziosa di diventare protagonista nel mondo.

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La Nazionale italiana schierata l'11 maggio 1947, 10 su 11 del Grande Torino

 

Il Grande Torino (tutto così, in maiuscolo) è stata la squadra di calcio più forte d'Italia negli anni '40 del secolo scorso, durante e dopo la II guerra mondiale. Rai 1 ha mandato in onda nella serata di ferragosto il telefilm del 2005 di Claudio Bonivento che ricorda quel miracolo sociale prima che sportivo - con la narrazione di un'Italia entrata in guerra seguendo il fascismo autarchico e uscita con l'ambizione di diventare nazione protagonista del boom economico.

Il tutto, sui campi di calcio, seguendo le idee di un presidente, Ferruccio Novo, e di un direttore tecnico, Ernest Erbstein, che osarono proporre il Sistema nella terra del Metodo - ovvero il gioco in uso nei Paesi anglosassoni nella nazione che con il Metodo di Vittorio Pozzo aveva vinto 2 Mondiali e 1 Olimpiade solo il decennio prima, tra il 1934 e il 1938.

 

Nel telefilm di Bonivento (la scheda si trova nell'Internet Movie Database) va detto, di calcio ce n'è poco. Ci sono più genitori che vorrebbero impedire ai figli di giocare a pallone perché quella non è un'attività moralmente accettabile per portare lo stipendio a casa.

Peraltro sono gli stessi genitori che si domandano cosa abbiano sbagliato nell'educazione dei 3 eredi, se uno viene su camorrista, una spera di sposare un uomo sposato per affrancarsi dal bordello, e il terzo... be', il terzo è così bravo con il pallone tra i piedi da diventare amico del capitano Valentino Mazzola e da essere pagato per giocare nelle giovanili del Grande Torino.

Ma se c'era un problema non stava nell'educazione dei figli. Semplicemente c'era un mondo che stava cambiando, e in cui il nostro Paese entrava con un ventennio di ritardo e scontando gli effetti di una propaganda politica pesantissima.

 

In questo quadro l'azione del presidente Novo, che prende in mano il Torino nel 1939 e immediatamente comincia a costruire lo squadrone adatto alle sue ambizioni, è soltanto il primo tassello della riunione di diverse persone (tra cui il dt Erbstein e il capitano Mazzola) che svolgono la propria attività a un livello di qualità altissimo - molto più alto di quanto l'italietta si aspettasse o addirittura desiderasse da loro.

 

Erbstein, per dire, essendo di origine ungherese ed ebrea, per anni dovette destreggiarsi tra leggi razziali e fughe all'estero per sé e la propria famiglia.Eppure trovò la volontà di cambiare il calcio italiano rendendo evidente l'efficacia del Sistema (caratterizzato dallo schieramento in campo a WM partendo dai 3 attaccanti, e con centrocampisti fisicamente dotati e tecnicamente in grado di tenere il pallone incollato ai piedi) nei confronti del Metodo caratterizzato dallo schieramento WW e dai lunghi rilanci del centromediano per scavalcare il centrocampo e suggerire il contropiede fulmineo delle punte.

Ma così facendo Erbstein diede un futuro al nostro calcio e una prospettiva europea, togliendolo dalle pastoie del catenaccio.

 

Il trionfo del nuovo modo di pensare si verificò l'11 maggio 1947 (fonte Wikipedia) quando la Nazionale azzurra affrontò l'Ungheria a Torino e vinse 3-2. In panchina c'era Pozzo, ma in campo c'erano 10 undicesimi del Grande Torino.

Quasi 2 anni dopo, il 4 maggio 1949, l'aereo che riportava in Italia il Grande Torino dopo una trasferta a Lisbona, cadde a Superga. Il presidente Novo non ebbe più il cuore per costruire un'altro miracolo come quello. Noi, però, siamo ancora qui a ringraziarlo.


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