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LeBron James giocherà a Miami i prossimi campionati Nba. Almeno 6, pare. Lo ha annunciato lui stesso in diretta tv lo scorso 7 luglio, in diretta mondiale.

Con questo trasferimento i Miami Heat acquisiscono lo status di squadra dominante del prossimo decennio, perché insieme a Lebron avranno anche Chris Bosh, uomo da più di 20 punti e 10 rimbalzi di media a partita e Dwyane Wade, miglior marcatore della lega nel 2008-2009 con 30.2 punti a partita.

Per quanto riguarda Lebron, be’, basta un dato: è stato il miglior giocatore dell’Nba, il che più o meno equivale a dire del mondo, nel 2009 e 2010.

 

Per avere in squadra tali ultracampioni, Miami ha fatto alcune magate sui contratti, non pagando nessuno dei 3 al massimo del consentito. Per restare agli Heat, Wade si è accontentato (secondo la Gazzetta dello Sport dell’11 luglio) di guadagnare 14 milioni di dollari americani per il primo anno, e un totale di 107,5 (qualcosa di più di 83 milioni di euro) in 6 anni. I suoi 2 nuovi compagni guadagneranno 14,5 milioni di dollari a testa il 1° anno, e 110 milioni nei 6 anni.

Ognuno di loro, secondo le quotazioni correnti del mercato, avrebbe potuto ambire a oltre 20 milioni l’anno – il problema sarebbe stato però in seguito quello di trovare società tanto forti da affiancargli compagni di squadra adeguati. Perché il campionato, dice l’esperienza, non lo vince la superstella isolata.

 

Per restare nel recente passato, i Los Angeles Lakers hanno vinto 3 titoli tra il 2000 e il 2002 con la coppia Kobe Bryant/Shaquille O’Neal, e per tornare a vincere i 2 titoli 2009 e 2010 hanno avuto bisogno di affiancare a Bryant un altro centro di valore come Pau Gasol. Lo stesso O’Neal da solo non ha combinato granché, ma quando a Miami ha incontrato Wade nel 2006, paf, insieme hanno vinto il titolo.

Anche i blasonati Boston Celtics, per tornare a vincere il titolo nel 2008, hanno dovuto affiancare a Paul Pearce il duo Ray Allen/Kevin Garnett. E visto il calo fisico di Garnett, per tornare in finale nel 2010 hanno aspettato la maturazione agonistica di Rajon Rondo.

 

LeBron ci ha provato, negli ultimi 7 anni trascorsi a Cleveland, a vincere pur essendo affiancato da giocatori non di primissima scelta. Nel 2007 ci è quasi riuscito, perdendo (fonte Wikipedia) soltanto la finalissima con i San Antonio Spurs. Nel 2009 e 2010 ha avuto il miglior bilancio di vittorie nella stagione regolare, ma nei playoff non è arrivato in fondo.

La società gli ha messo a disposizione soprattutto un allenatore, Mike Brown, che da quasi sconosciuto è arrivato a vincere il titolo personale di miglior allenatore Nba nel 2009. Ma non è bastato.

 

E allora ecco la scelta di andare a Miami. In una società dove c’è gente che si è già dimostrata adeguata a vincere, tra cui anche il presidente Pat Riley (in passato 5 volte vincitore di titoli come allenatore e 1 volta come giocatore).

È una scelta decisamente ragionevole.

Il Tour de France 2010 è stato appassionante fino all’ultimo secondo dell’ultima tappa, perché solo dopo l’ultimo traguardo si è saputo chi aveva vinto. Peccato che in palio non ci fosse la maglia gialla simbolo del primato assoluto, bensì la maglia verde appannaggio del vincitore della classifica a punti.

 

La maglia gialla, infatti, se la sono giocata in pratica soltanto in 2: Alberto Contador e Andy Schleck, e si sono marcati strettamente fino alla penultima tappa a cronometro. Nel frattempo gli altri possibili pretendenti si erano più o meno gentilmente fatti da parte, per ragioni di salute (come Ivan Basso, vincitore del Giro d’Italia 2010, colto da bronchite) o per raggiunti limiti d’età (come Lance Armstrong, tra il 1999 e il 2005 vincitore di 7 edizioni consecutive del Tour).

 

Ma per la maglia verde, all’ultima tappa, erano ancora in 3 quelli in lizza. A vestirla temporaneamente era Alessandro Petacchi, leader con 213 punti, 2° era Thor Hushovd, con 203 punti, 3° Mark Cavendish, con 193.

E in palio (la vicenda è stata ben raccontata dal sito web SpazioCiclismo) c’erano ancora 47 punti – di cui 12 divisi in 2 traguardi intermedi e 35 in palio all’arrivo.

 

Per arrivare lì, Hushovd aveva cominciato da subito a mettere fieno in cascina vincendo la volata del gruppo alla 3ª tappa, il 5 luglio a Spa, che però non gli ha portato punti a causa della neutralizzazione voluta dal capopolo Fabian Cancellara (quel giorno maglia gialla) considerando le troppe cadute. Il giorno dopo, però, i punti li aveva presi andando a vincere la tappa dei tratti in pavé della Roubaix.

Il percorso di Petacchi era passato attraverso 2 vittorie, a Bruxelles e Reims, 1 secondo posto, a Bourg les Valence, e 3 terzi a Gueugnon, Revel e Bordeaux.

Da parte sua Cavendish aveva vinto 4 tappe, in modo sempre più perentorio con il passare dei giorni e ritrovando l’efficacia che gli aveva fatto vincere 23 volate nel 2009.

 

L’ultima volata del Tour 2010, disputata il 25 luglio, è stata vinta da Cavendish in maniera impressionante. Senza l’ultimo uomo del suo treno, Mark Renshaw (squalificato dalla corsa dopo aver fatto a testate con un avversario il 15 luglio) Cavendish si è messo alla ruota di Petacchi all’ultimo chilometro e ai 150 metri ha deciso di partire. Petacchi ha condotto la volata marcando Hushovd che gli stava davanti, e quando l’ha passato si è accorto che Cavendish era già imprendibile, in una cinquantina di metri di scatto ne aveva presi più di cinque di vantaggio, e si è rassegnato.

La classifica finale, redatta dalla giuria qualche minuto dopo, ha consegnato a Petacchi la maglia verde con 243 punti, secondo Cavendish con 232, terzo Hushovd con 222.

 

Ci sono stati anni, tra il 1906 e il 1912 (fonte Wikipedia) in cui a vincere il Tour era colui che otteneva più punti. Poi si è pensato che fosse più giusto premiare chi impiegava complessivamente meno tempo, e il ciclismo agonistico si è evoluto nel senso che conosciamo oggi: con gli specialisti delle cronometro, gli scalatori che non fanno mai le volate e i velocisti che in montagna non vanno su neanche a spingerli.

Il problema è che, a volte, la classifica a tempi abbatte all’origine qualsiasi incertezza sul vincitore finale, mentre a volte la classifica a punti fa rimanere con il fiato sospeso fino all’ultimo.

Devo scusarmi con i miei lettori: negli ultimi giorni sono stato un po’ assente. La mia giustificazione è che si è trattato di un periodo intensissimo, in cui si sono succeduti i Mondiali di calcio del Sudafrica e il torneo di scacchi di Bergamo, e che entrambi mi hanno impegnato molto.

 

Del Mondiale ho commentato le partite (tutte e 64 in diretta) nel palasport di Brembo di Dalmine, dove con alcuni amici abbiamo allestito un megaschermo. L’evento si poteva seguire dal vivo, e ha avuto in questo modo circa 4˙000 spettatori totali, e via internet su 2 siti web: http://www.livestream.com/maximondiali e http://www.mitograff.it che erano collegati a webcam.

Dopo le partite ne ho scritto le cronache che avete potuto cominciare a leggere su BlogoSfere sia in questo blog sia nell’aggregatore dedicato ai Mondiali attivato da Silvio De Rossi. Non le ho pubblicate ancora tutte, quelle cronache, ma lo farò a breve e in più aggiungerò dei post di analisi di quello che è stato, inevitabilmente, uno degli eventi sportivi più importanti di questi anni.

 

Alla fine ne risulterà un libro, e chi vorrà lo potrà scaricare liberamente da questo sito. Questo dei libri è un esperimento che comincio a fare, e cui intendo dar seguito nella mia attività professionale.

Lo sport non è soltanto cronaca spicciola, non è soltanto racconto di imprese o anticipazione del prossimo evento. Per come lo intendo io, è molto di più. Lo sport ha molto senso perché ci permette di capire quello che sta avvenendo nella nostra società – in maniera spesso più vivida e appassionante di quanto permesso in altre attività.

E il formato libro, che permette la lettura rilassata qualche tempo dopo che l’evento si è svolto, riesce a rendere più evidenti certe tendenze che al momento in cui si svolgevano non erano ancora compiutamente visibili.

 

Dopo il termine del Mondiale, l’11 luglio scorso, ho cominciato la preparazione dei tornei di scacchi estivi, il primo dei quali si è svolto a Bergamo dal 16 al 18 luglio scorsi.

Non è stato granché per me, come torneo, dal punto di vista dei risultati. Ho perso 4 partite, ne ho pareggiata 1 e ne ho vinta 1. L’aspetto positivo è che ho giocato almeno alla pari, o almeno così mi è sembrato (non ho ancora analizzato al computer le mie partite, potrei scoprire errori raccapriccianti) con tutti gli avversari che ho incontrato... e questo non era così assodato.

Negli ultimi mesi dell’Operazione Tedoldi ho fatto più l’organizzatore, l’insegnante, il capitano della squadra del mio Circolo – e meno il giocatore. Mentre questo succedeva, mi sono anche allenato meno. Tutto ciò, negli scorsi anni, aveva avuto l’effetto di far ripiombare la qualità del mio gioco nelle profondità insondabili del livello non classificato. Quest’anno, invece... gioco un po’ meglio. Diciamo che ho interiorizzato il plateau della 2N, il che mi fa essere ottimista sulla possibilità di avvicinarmi, con i prossimi tornei, all’obiettivo che mi sono proposto.

 

P.S. L'Operazione Tedoldi nasce da alcune conversazioni avute al Circolo scacchistico di Treviglio con altri soci. Il tema in discussione era: quanto forte può diventare una schiappa già adulta senza talento (che se aveva talento ce ne si accorgeva quando era un ragazzino) che cominci ad applicarsi agli scacchi? La risposta che spannometricamente ci eravamo dati era: circa 2˙000 punti Elo, cioè più o meno il livello di un candidato maestro, cioè più o meno il livello in cui si può partecipare senza (troppo) sfigurare ai tornei internazionali – considerando che i più forti al mondo hanno un Elo over 2˙700. A quel punto mancava soltanto un volontario che si assumesse il compito di portare a termine l'impresa. E mi ci sono messo io.

Il nome si ispira all'Operazione Gasparotto, che nel 2006 vide protagonista un giornalista della Gazzetta dello Sport quasi quarantenne e dallo stile di vita sedentario. Manlio Gasparotto, ad aprile cominciò ad allenarsi, e a novembre partecipò alla maratona di New York concludendo la gara in poco più di 4 ore – tempo lontano dalle prestazioni dei migliori al mondo ma bellissimo da ottenere per un dilettante.

L'Operazione Tedoldi non si è posta limiti di tempo. Nel 2006, quando l'ho iniziata, avevo un Elo Italia di 1˙395 punti. Attualmente sono a 1˙723. È bello che altri «anziani» non rinuncino all'idea di poter migliorare le proprie prestazioni. Al meglio non c'è limite.

Le partite del pomeriggio del 25 giugno hanno dimostrato che non sempre le ciambelle escono col buco: la formula dei gironi da 4 squadre come preliminari al tabellone tennistico dell'eliminazione diretta, a volte produce incroci di partite eccitanti per più dei 90 minuti regolamentari, a volte produce sonnolenza.

Per come si erano messe le cose nelle partite precedenti del gruppo G, il Brasile e il Portogallo che si incontravano a Durban erano sicure della qualificazione, a meno che sull'altro campo, a Nelspruit, la Costa d'Avorio provasse a vincere almeno 9-0 con la Corea del Nord.

 

Cosa che all'inizio poteva quasi sembrare possibile, visto che al 20' del 1° tempo avevano già segnato Yaya Touré e Koffi Ndri Romaric, e quest'ultimo aveva pure colpito un palo. Una media di 1 goal ogni 10 minuti avrebbe portato la Costa d'Avorio sul 9-0 proprio al 90', e poi sarebbero stati eventualmente problemi del Portogallo mantenere il 2° posto.

Ma mantenere quel ritmo era probabilmente improponibile, e infatti la partita è continuata sì sul binario della superiorità ivoriana (24 tiri a 8 secondo le statistiche della Fifa, e 8 parate decisiva del portiere coreano Ri Myong-Guk) ma è venuto un solo altro goal, a meno di 10 minuti dal 90' per opera di Salomon Kalou.

 

Visto l'andazzo, Brasile e Portogallo hanno gradualmente rallentato il proprio ritmo trasformando la partita in un allenamento agonistico per fare meno fatica e meno danni possibili.

Per dire, l'azione più eccitante del 2° tempo è risultata essere un tiro dai 30 metri del brasiliano Santos Ramires parato con volo plastico da Eduardo.

Così le due Nazionali di lingua portoghese 1ª e 2ª erano prima della partita, e 1ª e 2ª sono rimaste, con il Brasile a piazzarsi nella parte dell'Olanda del tabellone a eliminazione diretta e il Portogallo dalla parte dell'Argentina (o della Germania, o dell'Inghilterra). Nei prossimi giorni ci attendono partite interessanti, perlomeno sulla carta.

 

Qui alla palestra di Brembo di Dalmine, intanto, la prospettiva di vedere all'opera il Brasile dei supercampioni e il Portogallo del pallone d'oro Cristiano Ronaldo ha attirato una buona quantità di pubblico. «Vivi i MaxiMondiali», pur senza più la prospettiva di avere l'Italia tra le protagoniste, sta dimostrando di essere una manifestazione con un suo senso forte. Non è un caso che in Italia il calcio sia lo sport nazionale: alla gente interessa davvero, e quando non c’è di mezzo la iattura del tifo sono in molti gli italiani competenti di questo sport.

La prima partita degli ottavi di finale del Mondiale sudafricano non è stata granché, dal punto di vista spettacolare. La squadra che ha vinto, l'Uruguay, l'ha giocata per 8 minuti nel primo tempo, fino ad andare in goal con Luis Suarez. Poi ha preferito il solito ti-tic e ti-toc a centrocampo che è una delle caratteristiche del calcio contemporaneo, e questo fino al 23' del 2° tempo quando la Corea del Sud ha pareggiato con Lee Chung-Yong.

Da quel momento i giocatori uruguagi si sono ricordati all'improvviso di essere in uno stadio dei Mondiali a giocarsi una partita a eliminazione diretta, e non nel loro campionato nazionale a molte giornate dalla fine, e hanno ricominciato a spingere sul serio. 12 minuti dopo, al 35', Suarez ha segnato ancora. E va be’, lì la partita è proprio finita: gli uruguagi hanno smesso di giocare, e i loro avversari della Corea del Sud si sono detti d’accordo.

Partita giocata per soli 20 dei 90 minuti totali, vinta 2-1 e problema risolto col minimo sforzo ma massimo risultato.

 

Dal canto loro i coreani si sono impegnati ben di più. Soprattutto Lee, Park Chu-Young e Cha Du-Ri, i quali a più riprese hanno tirato dai 20-30 metri, anche se il massimo che hanno ottenuto è stato un palo di Park al 3' del 1° tempo.

Lo scopo di tirare da così lontano era di costringere la difesa uruguagia ad allargarsi e allungarsi, in modo che ci fossero più pertugi in area di rigore nel quale infilarsi. Ma gli ordini del ct Oscar Washington Tabarez sono rimasti gli stessi per tutta la partita: stare almeno in 8 dentro l'area allo scopo di occupare al massimo gli spazi e ogni tanto fare qualche lancio lungo in avanti per i volontari disposti a farsi una corsetta, in particolare Suarez e Diego Forlan.

 

In questa maniera la squadra più sparagnina presente in campo si è guadagnata la qualificazione ai quarti di finale, mentre quella tutto sommato più gioiosa e con maggior voglia di consumar chilometri è rimasta esclusa.

Se quello che conta è solo vincere, allora l'Uruguay ha avuto ragione e anzi quella che ha dato è stata una lezione di concretezza. Se invece contano anche altre cose, per esempio lo spettacolo da offrire gentilmente al pubblico, è la Corea del Sud ad aver vinto moralmente questa partita.

 

Qui alla palestra di Brembo di Dalmine, intanto, «Vivi i MaxiMondiali» è entrata nella fase finale. Da oggi ogni partita è decisiva, e ne mancano meno di 1/4 al termine. La grande fatica è fatta, adesso è il momento della qualità. L'Italia è eliminata e si può fare tranquillamente il tifo per il calcio di qualità. Il pubblico continua a riempire il palazzetto, e adesso è più appassionato e competente.

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